Hanno detto
Contributi e interventi critici
Riccardo Chicco
Mino Maccari (1961)

Ho sempre avuto simpatia e fiducia in Riccardo Chicco: è un uomo libero, intelligente, colto ed arguto. La sua pittura riflette queste sue qualità, e perciò la stimo come stimo l’uomo. E’ una pittura vivace, estrosa, elegante; una pittura civile che una società civile deve apprezzare. I capricci coloristici di Chicco sono sempre garantiti dalla padronanza del disegno, che egli ha conquistato praticandolo senza soste e senza remore dalla fanciullezza alla presente maturità. Vissuto nell’ambiente torinese, alquanto pesante in fatto di arti figurative, non ha avuto dubbi nel preferire l’isolatissimo Spazzapan, prima che il forte goriziano si lasciasse irretire nei filosofemi che hanno intorbidato le sorgenti e deviato il corso di tanta pittura.
Alimentata da un amore incondizionato per la natura vivente e visibile, come dimostrano gli eccellenti ritratti e i luminosi paesaggi, l’arte di Riccardo Chicco non corre certi rischi. Egli ha troppo buon gusto per «girare l’ostacolo», troppa coscienza della libertà e della dignità personale per farsi incasellare nei tristi archivi delle carceri non-figurative.

Massimo Mila (1967)

Anche nel panorama d’un solo anno la produzione di Chicco conferma quella disponibilità irrequieta e vorace che talvolta sembra spazientire chi si proponga d’incasellarlo in una definizione. C’è di tutto, in questa trentina di quadri: paesaggio e natura morta, nudo, figura, la città e la campagna, il lontano e il vicino, il pittoresco e il familiare, la Calabria e «i teit ‘d la Ciora»; Parigi, New York e Gerusalemme, i beatniks di Greenwich Village e la figlia del pittore col gatto, Cosenza, Casale, un frassino al Montoso e certi rutilanti interni di teatro, che paiono travolti entro un maelstrom di sangue. Unica presenza comune, il colore: un colore squillante che canta a voce spiegata, o più spesso grida, attraverso la materia densa di queste tempere forti, dove si compongono e si calibrano diverse gromme, sottoposte di volta in volta a variazioni di composizione materiale. Di qui quello spessore della pasta, quel forte rilievo di grumi compatti, che ha il potere d’intrigare e incantare il profano, per lo sforzo che vi fa la pittura di uscire da se stessa e di rubare il mestiere alla scultura con la disperata annessione della terza dimensione.
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Anche qui commistioni, mescolanze, incroci di paesaggi e di miti.
Nel panorama della pittura torinese che, se ha una costante nella sua varietà, è quella d’un equilibrato razionalismo, l’espressionismo di Chicco fa di lui un eretico, allo stesso modo come le sue ascendenze periferiche fanno di lui un eretico in seno all’espressionismo. E poiché d’altra parte la qualità torinese di Chicco non si mette in dubbio, e la forma della mente di Casorati, chi sia nato e cresciuto in quel clima, la ritrova senza fatica anche nella pittura di questo torinese fuori ordinanza, che afferma di non avere mai sentito «la necessità di Picasso», ne viene che la sua arte si gioca appunto sulla corrente che passa tra i due poli, Torino e il mondo, il razionalismo di casa e il brivido d’un pessimismo cosmico, «che persegue a preferenza – sono parole di Chicco – l’auscultazione dei segreti e delle bugie degli animali politici socievoli ragionevoli discorsivi e risibili».
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Angelo Dragone (1967)

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Di Chicco pittore ognuno intende facilmente la sensibile genialità, come la sorprendente qualità di certi suoi esiti, sempre meno legati ad una tendenza, sia pur di moda, che al suo più autentico temperamento. Ragione non ultima dei consensi che l’artista ha ottenuto nelle più significative manifestazioni artistiche nazionali ed internazionali ottenendovi a Ginevra, come a Tolentino, o a Milano, importanti premi e alti riconoscimenti.
Si riconosce certo la cultura postimpressionistica nella quale Chicco s’è formato, ma ancor più una naturale inclinazione verso quella sorta di espressionismo che in lui coinvolge una chiara ascendenza fauve, così che, a ragione, Massimo Mila ebbe ultimamente a definirlo insieme «un eretico in seno all’espressionismo» e un «torinese fuori ordinanza», facendo intendere quanto sia problematico tentar di incasellare un artista come Chicco per cercare di definirne la pittura.
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E un fatto che Chicco giunge tra l’altro a collegare ascendenze diverse, conciliandole nel nome dell’attualità e di un suo gusto sicuro. Se quindi anche di qui discendono tanti dei suoi spiriti più suggestivi, è poi con squisita personalità che Chicco accentua l’ironia di alcuni suoi personaggi quasi vernacolari o, la modulazione cromatica che scandisce lo spazio d’un paesaggio, mentre chiama a vivere nella rorida luce multicolore di certi interni, la tenera ma ferma immagine dei suoi nudi femminili.
Chicco si direbbe abbia modi inconfondibili di dipingere un fiore, facendo sentire la delicata carnosità di una corolla, la forza d’uno stelo, l’ombra verde del fogliame, sia nel segno sottile e pastoso d’un conté, sia nelle più dura materia, che oggi quasi ne fissa il plastico rilievo come accade in altre sue composizioni, dai nudi alle vedute di città, con una tecnica che informa la sua più recente attività riconducendola nell’alveo di esperienze e ricerche del più attuale interesse estetico.
Ad un certo momento Chicco sentì appunto l’esigenza di rendere con la sua pittura un’immagine più sensibile ai valori volumetrici della realtà. Ne studiò i vari aspetti, attraverso un modello in creta per tornare poi al colore.
Un’acuta autocritica gli impedì di cadere nella traduzione pittorica del rilievo, perché per l’artista quel primo «Nudo» ricavato plasticamente dalla scultura mediatrice di pittura s’era manifestato subito come un qualsiasi altro oggetto di natura, capace di ispirare e di fornire nuove impressioni di luce e di colore.
La stessa materia cromatica, in un’operazione come questa, aveva assunto una caratterizzazione del tutto nuova, e con inedite proposte; dovute anche ai materiali – dalla gomma alla polvere d’amianto- che l’artista aveva addizionato al colore per ricavarne una sostanza meglio rispondente alle sue intenzioni.
Messo a punto lo strumento che poteva tornare a dar libero corso alle sue «intenzioni» pittoriche come al suo intenso e rapido modo di lavorare, Chicco se ne è quindi venuto servendo secondo la sua più autentica natura.
Alla invidiabile estensione della sua tavolozza, l’artista ha dato di volta in volta i toni più brillanti, per spegnerli altrove in una materia preziosamente lavorata.
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Luigi Carluccio (1971)

L’Oxford Centre, via Bernardino Galliari 37, inizia una sua attività espositiva con una mostra brillante: una personale di Riccardo Chicco che raccoglie molti dipinti delle sue recenti stagioni di lavoro. Dico «stagioni» perché un certo numero delle opere ora esposte si riferiscono a soggiorni invernali ed estivi nella conca di Bardonecchia: Les Arnauds, Melezet, l’altare maggiore, Arabeschi a Bardonecchia. Il dato veristico, in questi dipinti, non appare rielaborato con fantasia minore di quella che Chicco utilizza nella consueta variazione d’umori, che sembra incalzata senza fine e che allegramente deforma il gruppo dei Bambini alla cerca di libellule (dove anche l’uso accorto del collage di materie diverse contribuisce a rendere più sapida la rappresentazione corale) o il rito cinese in Cina Town a New York.
In questi due titoli è possibile cogliere l’estrema libertà con cui il nostro pittore si muove nel catalogo delle invenzioni figurali che il mondo, il mondo dei vivi oggi sotto ogni cielo, sciorina davanti ai suoi occhi, arricchendosi e rinnovandosi senza stanchezza. Questa libertà fa parte della biografia di Chicco ed è un aspetto della libertà di cui può fruire, avendo ragionatamente rinunciato a incasellarsi in una tendenza, a mummificarsi in un’epoca o nel gusto di un’epoca; ad essere cioè pittore, niente altro che pittore, la cui vena tuttavia ha una costante di lepida e frizzante satira, di curiosità stravagante. Basta l’Autoritratto onirico, che fa da insegna a questa personale, sulla copertina del catalogo e al centro della sala, per far intendere allo spettatore che la lepidezza non risparmia l’autore.
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Albino Galvano (1972)

L’idea di «pittura» che presiede all’opera di Riccardo Chicco, e che agli occhi di chi guarda i suoi quadri e alla memoria di chi lo ha conosciuto sin dagli inizi della sua attività sembra quasi confondersi coll’ immagine stessa dell’uomo, raggrumare i brandelli dispersi di un dialogo sempre interrotto e sempre ripreso, è un’idea accattivante, ma che sollecita e intriga insieme: che pone ogni volta interrogativi tanto più stimolanti quanto più appare difficile dar loro una risposta, almeno una risposta univoca – a parte l’ammirazione sempre rinnovata per una coerenza che non si smentisce, la riscoperta di affetti, di consonanze remote nel tempo, ma vibranti di vitalità.
Certo: l’incontro presso Casorati, la scuola di via Galliari, il tempo felice – ogni tempo, anche il più sonnacchioso e squallido, è felice per chi lo ricorda come il tempo dei propri vent’anni – di una Torino in cui si spengevano gli ultimi echi di un secolo che era pur il prossimo fra i trascorsi ma che oggi ci appare già imbalsamato nel museo delle cere della Storia; certo: i compagni di strada ormai mutati o scomparsi, e un profumo, un clima, un colore forse non veramente diversi da quelli delle stagioni di oggi, ma che diversissimi, irrecuperabili, appaiono alle illusioni della memoria e dei rimpianti; certo: ogni nuovo incontro con Riccardo Chicco evoca, tra lo struggimento e il dispetto, questo tumulto d’affetti, ma l’insospettato, il felice prodigio è questo: che la sua pittura, anche la più recente, tutta serpeggiante di quella materia violenta e tenera, fratta e grumosa, ci riporta a quell’immagine, non la cancella né la smentisce. Sembra una divagazione, ma forse il discorso ha una sua pertinenza anche per un’analisi critica dell’arte di Chicco.
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Momenti e memorie, oppure ricordi di viaggio: il raccogliersi del tempo nella coscienza che si rispecchia in se stessa o l’aprirsi allo spazio nella curiosità del diverso (non eravamo appassionati della filosofia di Bergson nella nostra giovinezza, Riccardo?). Sempre questo muoversi fra tempo e spazio, fra il raccoglimento e l’avventura: la polarità che il filosofo teorizzò fra la dimensione della vita e quella dell’intelligenza agisce nello sgorgo della pittura di Chicco, come un fermento, uno stimolo produttivo.
Ogni figura, ogni emblema che riveli la vita sotto la specie del segno e del colore, in chi, come Chicco, attraverso una formazione cattolica, di quello che fu allora il cattolicesimo, non saprebbe non essere attento ai moti e alle sottili contraddizioni dell’animo, diventa un movimento che insegue in ogni istante le tracce e l’immagine dell’uomo. La severa educazione, il segno indelebile da essa lasciato attraverso la stessa ribellione e gli strazi, gli strappi che di queste vicende interiori mai si cicatrizzano completamente, hanno contribuito a formare lo stile di uomo di Chicco e a determinare questa sua ricerca della presenza umana anche nelle cose. E un vivere questa ambiguità fra l’uomo e la cosa il sceglier a tema il pupazzo, non per nulla col titolo di «Sosia». Ed è indagare l’aspetto per noi più problematico dell’umanità il vagheggiarne la controparte femminile: ritratti e nudi di donna hanno sempre avuto nell’arte di Chicco un accento particolarmente acuto, pungente.
Chicco, questo pittore che non è avaro di immagini varie, di fiori, di paesaggi, è, in fondo, sempre un ritrattista, diretto o indiretto. Le sue virtù di occhio, di mano, di maneggiatore scaltrissimo di materie impensate e solo apparentemente impiegate con sciolta facilità, sono in realtà sempre animate da questa sua idea, così profondamente sofferta, e, con tutta la signorile discrezione di chi prolunga nei tempi attuali la dignità di un costume trascorso, offerta con civile distacco, dell’uomo e del suo travaglio come tema principe di un discorso figurativo.
La pittura di Riccardo Chicco è una pittura che si lascia godere agevolmente, senza apparenti complicazioni, con la sola collaborazione dell’intelligenza e del gusto per l’ironia. Ma è una pittura che può tanto più facilmente concedersi alla gioia sensuale del colore e della materia, al gusto del racconto e dell’appunto, quanto più è sostenuta dalla persuasione che, uomo, il pittore parla ad altri uomini.

Franco Torriani (1973)

L’ironia è il sentimento più caratteristico delle opere di Riccardo Chicco.
E questo quasi stupisce, anzi, brilla in un panorama (quello dell’arte italiana in genere), in cui l’ironia è scarsamente rappresentata. Nei lavori di Chicco, tutto, dal tratto nervoso e pungente all’uso virulento dei colori, si permea di humour, di immaginazione simultaneamente giocosa e triste. Quest’ultima affermazione, la si comprende meglio osservando che, nei soggetti di Chicco, si passa facilmente dal sorriso alla lacrima malinconica. Lo stesso ironico distacco con il quale l’artista guarda la realtà quotidiana, impedisce sia la risata sguaiata che il pianto dirotto.
Questo humour che troviamo dagli oli alla grafica, dai disegni graffianti alle caricature che Chicco esegue da anni per «Stampa Sera» e molti giornali, non sconfina mai nella canzonatura da baraccone e nemmeno nel sarcasmo disperato. Egli è indubbiamente uno dei primi che, in Italia, ha colto il messaggio espressionista (ricordiamo la sua lunga amicizia col Maccari), introducendolo nel nostro Paese.
Il suo discorso, comunque, pur consapevole della notevole lezione dei Kirchner, dei Nolde, e così via… è sempre stato autonomo, fresco, penetrante. Se si vuole, la sua pittura tocca i problemi essenziali dell’individuo e della società, preoccupandosi di mantenere una certa eleganza (non solo formale) e senza reboanti affermazioni di fede pura.
D’altra parte, quand’è autentica, l’ironia è molto democratica: permette di dissacrare e di vedere i limiti anche delle proprie opinioni.
Né l’attività di docente (al liceo torinese d’Azeglio e nella sua Scuola di via Cavour), né l’attività di coordinamento critico espletata per la televisione in occasione di grandi mostre – Giorgione, Caravaggio, Van Dyck, 600 europeo – in cui Chicco seppe dare un’impostazione critica del tutto originale a dei problemi e a delle figure di artisti nei confronti dei quali molta «critica ufficiale» si cincischiava in una impasse metodologica, hanno fatto di lui il..professore che dipinge.
E, com’è stato sempre, un artista vivace ed intelligente, che vuole andare a fondo di ogni problema, con la stessa meticolosa costanza con la quale, in gioventù, copiava i maestri del passato nei musei di Parigi, Vienna, Monaco, Londra, Pietrogrado…, per avere un contatto più diretto con le loro opere, per intederle meglio.
Dietro alle sue tele, si intuisce il suo sguardo acuto, la fronte corrugata dinnanzi alle enormità esistenziali, quella contenuta commozione di chi partecipa, senza eccessiva enfasi passionale, a quell’istante di Storia che ci è consentito di vivere.
Assorbita ed assimilata nel tempo la lezione dei suoi maestri: Casorati, Cavalleri, Grande…, vissuta l’esperienza delle capitali artistiche europee, Chicco è emerso per quel «personaggio» che conosciamo e che, nella sua arguzia di giudizio, nei momenti più «impietosi» fa pensare a certo Cocteau…

Marziano Bernardi (1973)

Il pittore Riccardo Chicco, scomparso in un’età che ancora gli dava ampie possibilità di fervido lavoro (era nato infatti a Torino il 25 maggio 1910) non era soltanto un attivissimo professionista della pittura, ma – uomo di sottile intelligenza e di vasta cultura, spiritoso, socievole, volentieri presente ai convegni intellettuali – anche un «personaggio» che s’accampava con una certa autorità nella cultura artistica torinese; e qualche sua ostentazione snobistica, contenuta però, dal tratto signorile, lo rendeva mondanamente simpatico, imprevedibile e divertente. Se tanti suoi allievi lo piangeranno, innumerevoli amici e conoscenti ne sentiranno con tristezza la mancanza.
Precocissimo in quella che sarebbe stata la sua arte, era stato d’aiuto, ragazzo dodicenne appena, del pittore Vittorio Cavalleri (che tuttavia poco influì sul suo gusto) in alcuni lavori di decorazione. Ciò non gli impedì di frequentare la scuola classica che l’avrebbe poi condotto ad una doppia laurea, in Legge e in Lettere; e di dilettarsi di studi musicali.
Lasciato il Cavalleri, scelse un maestro più congeniale con le sue inclinazioni artistiche, Giovanni Grande; e chi ricorda, di questo, il quadro Il filosofo, ch’è nella Galleria civica torinese, avverte subito che quella vena ironica, quel disincantato umorismo sarebbe poi, anche a distanza d’anni, tornato a serpeggiare nel dipingere di Chicco. Ma egli capì che il suo vero maestro era un altro ancora, e per tre anni frequentò lo studio di Felice Casorati, che già aveva dato una decisiva svolta alla giovane pittura torinese; e vi strinse amicizie che mai s’interruppero.
Un’apertura mentale, dunque, un’irrequietudine di ricerche, cui s’aggiunsero i viaggi e le soste a Parigi, Londra, Monaco, che allargarono il suo orizzonte culturale, mentre il suo «mestiere» s’irrobustiva in copie dall’antico nei musei. Così ogni traccia di provincialismo si disperse in lui; e lo si vide quando nel ’31 esordi alla Promotrice di Torino. Da allora si presentò al pubblico in numerose mostre personali e collettive, compresa la Biennale veneziana del ’56. Ma aveva anche la passione dell’insegnamento, e gli scolari del liceo Massimo d’Azeglio a Torino non hanno dimenticato le sue lezioni illuminanti e spregiudicate; così i suoi discepoli in pittura della «Scuola di via Cavour» (dove abitava e aveva studio). Qualcuno gli rammentava che la «Scuola di via Cavour» – secondo la definizione di Roberto Longhi – era stata a Roma quella della Raphael, di Mafai, di Scipione; ed egli sorrideva compiaciuto.
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Luigi Carluccio (1973)

Si dice che con Riccardo Chicco è scomparso un personaggio, ed è anche vero; nel senso che sempre si manifestava in lui qualcosa che sembrava muoversi contro corrente e che significava un rifiuto aristocratico per le forme banali della vita quotidiana.
Ma bisogna dire che è scomparso anche un artista, e con lui un pizzico del sale di Torino, quella degli anni tra le due guerre, sopravvissuta, non senza avvertire un certo disagio, alle molte rovine della guerra ed alla confusione anche di idee che l’hanno seguita.
Ho un ricordo vivissimo di Chicco; un ricordo che potrei già dire antico. Risale al 1928 o ’29: la sua figura, tirata su magra e aguzza, accanto a un mucchietto di suoi disegni appesi alle pareti di un circolo ricreativo guidato in quegli anni dai padri gesuiti. Disegni anch’essi magri, tirati a sciabolate di matita, a grandi virgolature, che esprimevano una visione acre e amara della vita: nella figura umana, nei suoi atteggiamenti, nelle sue convinzioni. L’aggressività caricaturale era dunque in lui una forza dell’istinto. Anche dopo, quando lo rividi più volte nelle stanze della scuola di Casorati in via Galliari, al tempo in cui diventava sicuramente pittore, la lezione rigorosa, asettica, formalmente corretta e conclusa del Maestro non soffocava del tutto lo spirito caustico di Chicco. Irrigiditi nel ritratto di famiglia, i parenti, oppure i portinai di via Cavour; chiusi nella linea continua del disegno, immersi in un’atmosfera corposa, apparivano stravolti dalla ventata di un giudizio impietoso, che attraverso le apparenze fisiche toccava con una sua punta aguzza il fondo dell’esistenza.
Non ho mai dimenticato quelle prime forti sensazioni nel tempo, poi, quando la figura artistica di Chicco sembrò prestarsi ad una facile definizione di leggerezza, quasi di ebbrezza, trasmessa per segni e colori, che a loro volta denunciavano una piena disponibilità ai ritmi più frenetici, barocchi o rococò, nonostante che Chicco avesse cura di avvertire il suo pubblico che il desiderio della pittura era stato per lui «il più soave e il più atroce» dei molti tormenti dell’infanzia e che «l’opera d’arte nasce perché noi dobbiamo morire». Una volta ha anche illustrato i caratteri della sua poetica, definito i confini della sua «coiné», cioè i confini del luogo ideale, del linguaggio, della moralità, in cui poteva riconoscersi affine, anche se lontano: Ensor, Beckman, Grosz, Van Dongen, Kokoska, Ernst, Kayama.
Delineava così un dominio nel quale eleganza e sarcasmo si mescolano, in cui i preziosismi linguistici e materici e la sottile indagine dei costumi si annodano e si inviluppano, generando immagini pungenti capaci di provocare nella stessa misura seduzione e repulsione.
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Renzo Guasco (1974)

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Troppo frequentemente si è fatto per Chicco riferimento all’Espressionismo (e parecchi dei nomi da lui citati lo giustificano), ma la sua poetica è più sfuggente ed i possibili riferimenti più intricati (non dimentichiamo i conglomerati verbali di Joyce).
Professore di storia dell’arte, la profonda conoscenza della pittura di ogni tempo gli serviva non ad inserire nei suoi quadri la citazione colta, ma ad evitarla. Non si abbandonava mai totalmente. Le sue reticenze sono importanti come le affermazioni. Per questo le sue opere hanno sempre l’impressione di essere rimaste interrotte. Vi era un limite che egli non voleva varcare, anche a rischio di sembrare oscuro. Nei paesaggi dell’Olanda, della Danimarca, nelle vedute di Parigi, in certi mazzi di fiori che ci riportano il profumo delle stanze di un tempo (di una Torino di sessant’anni fa, conosciuta da bambino, ancora civile e raccolta, ricca di fermenti nel suo ordine solo apparentemente monotono) la pressione dei sentimenti è fortissima.
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Albino Galvano (1980)

In un momento come l’attuale in cui in differenti modi e con iniziative diverse si tenta se non un bilancio – brutto termine che non dovrebbe mai essere stato traslato dal linguaggio della finanza a quello della cultura – un più attento esame e una obiettiva valutazione di quelli che furono gli aspetti più sottili e meno estroversi della cultura torinese, specie della cultura figurativa torinese nell’arco di quella generazione che si affacciò alla ribalta alla fine degli anni venti e che seguitò ad operare per cinquant’anni con una continuità e coerenza maggiori di quanto si sarebbe potuto sospettare; non dovrebbe mancare, e non mancherà certo, una iniziativa per richiamar ai meno memori o meno attenti la figura e l’importanza dell’opera di Riccardo Chicco, da tutti amato e stimato, ma, per una sua scelta di riserbo e di aristocratico distacco, lasciata un poco nell’ombra, almeno sul piano nazionale.
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Un’affermazione che potrà anche stupire chi di Riccardo Chicco abbia un ricordo tutto esteriore, limitato al personaggio mondanamente presente e al suo civilissimo dandysmo, all’arguto caricaturista presente a ogni «prima» per tracciar con fulminea azzeccatezza la caricatura dei protagonisti, magari gli ex alunni memori del professore dottissimo, ma eterodosso nel grigio ambiente scolastico, un’affermazione, tuttavia, che non stupirà chi lo ha conosciuto nei suoi aspetti più profondi e reali. Perché proprio questo è stato caratteristico della sua personalità: di far della sua disponibilità al costume e al cerimoniale di una Torino, tutto sommato ancora fedele a una sua immagine di «bella vita» discreta e un po’ fuori moda, il muro di difesa di un’intimità assai più sofferta di quanto si sarebbe potuto credere, di amicizie, importanti o umili, imprevedibili, di disdegno altero, ma non altezzoso, dei maneggi delle astuzie dei cedimenti che altri si consentiva per conseguir effimeri successi. Forse nessuno di noi può vantarsi di averlo davvero conosciuto a fondo, ma almeno qualcuno ha la fiducia, e l’orgoglio, di aver potuto penetrare, per sua concessione di amicizia, qualcuno dei suoi aspetti meno palesi e di possedere così dell’uomo e dell’artista un’immagine meno incompleta e molto alta.
Tutto questo potrebbe però anche limitarsi a un discorso privato, alla testimonianza di un felice evento d’incontro e di amicizia, se la comprensione di certi aspetti dell’uomo Chicco non fosse essenziale per intendere, nei suoi più intimi risvolti, anche la sua personalità di pittore. Quando c’incontrammo alla scuola di Felice Casorati, subito fu a tutti noi evidente che il nuovo compagno di studi non solo aveva una personalità individuata e spiccatissima, ma che la sua visione era in qualche modo già formata e che la disciplina cui si sottoponeva (cui del resto era fedele, tanto che quando a sua volta Chicco fondò una scuola poté trasmettere ai propri allievi proprio qualcuna delle regole e dei modi che dello studio casoratiano erano propri) non avrebbe sostanzialmente modificato, ma solo rafforzato e integrato, i modi di una visione del tutto autonoma nelle componenti culturali come nei mezzi espressivi. Già era vivo in lui quel piglio ironico, quel senso di umorismo, insieme pungente e tenero, che caratterizzò tanta parte della sua produzione, anzi allora permeato di forse più aggressive e acuminate punte, già quel gusto per le tecniche di più rapida esecuzione quasi a fermar con febbrile impazienza quanto occhio e mente coglievano dello spettacolo delle cose e degli uomini, già l’occhio sicuro di chi in un momento fuggevole sa cogliere e fissare le cadenze di un’immagine subito mutantesi.
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Il distacco che fu dell’uomo e insieme la sua tenerezza per gli uomini e per le cose si fa, negli acquarelli di viaggio come nei pastelli di fiori o di figure, segno distintivo di un linguaggio di pittore che, moltissimo avendo conosciuto e amato della pittura, riuscì sempre indipendente da maestri e da scuole, libero rispetto alle contingenze del tempo e delle vicende culturali.
Ciò non gli giovò certo – da un punto di vista tutto esteriore – in un tempo come quello a cui a lui e a noi toccò vivere, troppo abituato a schemi, classificazioni, incasellamenti. Ma fu anche il modo di salvaguardare la purezza di un amore per l’arte che ignorava, prima ancora di trascurarli, i compromessi di una cultura che non fosse il riflesso stesso della propria vicenda, del proprio stile d’esistenza. Il discorso su Riccardo Chicco pittore è, in un certo senso, ancora tutto da fare e non sono queste poche righe di testimonianza che possono rappresentarne almeno un inizio. Ma quanto egli ha lasciato è un frutto prezioso di cui soltanto il tempo consentirà di apprezzare interamente sapidità e fragranza.
Questo è un limitato ma sicuro invito all’accostamento, alla recezione, con un impegno di intelligenza e di felice contemplazione, del modo con cui un artista, insieme intimo ed estroverso, affettuoso e ironico ha saputo vedere.

Gigi Livio (1985)

Parlare di caricature non è facile. Il termine porta con sé un’ambiguità semantica enorme. A voler lasciar perdere ciò che può essere stata la caricatura in atto nel medioevo – e cioè la parodia recitata -, qualcosa che faceva parte della festa carnevalesca e del momento fortemente utopico del “mondo alla rovescia”, e anche rimanendo ai tempi a noi più vicini, quando si parla di caricatura bisogna ancora precisare se l’intento di questa è parodico, satirico, ironico: tre termini che hanno significato, come è ovvio, ben diverso.
E io qui porrei subito una distinzione, o meglio due. La prima formale, tra caricatura e vignetta: là dove la caricatura riguarda una sola persona – e perciò si avvicina al ritratto, se pure con diverse caratteristiche – mentre la vignetta riproduce una scena che può essere strutturata a più persone o anche incentrata su una sola e che comporta quasi sempre l’uso della parola o in forma di dialogo o di didascalia. La seconda distinzione riguarda, invece, il contenuto: e allora, per semplificare (ché questo non è luogo per un lungo discorso teorico), c’è da una parte la caricatura politica e, dall’altra, qualsiasi altra forma di caricatura, tra cui quella che qui ci interessa e cioè la caricatura teatrale. Della vignetta non è il caso di parlare perché Chicco non ha frequentato questo tipo di produzione grafica. Ma, per ciò che riguarda la caricatura, sarà ancora il caso di notare che il termine porta con sé una connotazione che ha qualcosa di volgare. Se questo sia dovuto al fatto che le caricature (e le vignette) politiche sono spesso volgari – così collegate come risultano al senso comune che è, almeno in linea generale, il concentrato di tutte le banalità e quindi di tutto ciò che è volgare – non voglio qui, ancora una volta, approfondire. Ma c’è anche l’aspetto tematico-formale della caricatura per cui questa, per essere definita tale, deve deformare, esaltare i difetti fisici di un determinato personaggio allo scopo di denigrarlo suscitando il riso di scherno: non c’è quindi dubbio che la caricatura sia una forma di degradazione di un personaggio attraverso la messa in ridicolo di tratti fisici.
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Con questo non voglio dire che non ci sia ironia nelle caricature-ritratti di Chicco ma l’ironia non è mai satirica (e, ovviamente, tanto meno volgare), e non tende affatto a colpire i tratti fisici di un attore deformandoli ma, semmai, a restituirci un modo di fare – che nel nostro caso vuoi dire un modo di recitare – di un determinato attore o di una determinata attrice. E l’ironia, che è presente in questi bozzetti, con grande sottigliezza, è giocata tra l’autoironia e l’ironia per il recitare in se stesso. Chicco, lo sa bene chi lo ha conosciuto, era estremamente affascinante; ed era un dandy.
Bene, uno dei principi primi del suo fascino stava appunto nell’essere un dandy che – come è proprio del vero dandy che anche in ciò si distingue dallo snob – mostrava sempre un margine di distacco da ciò che era (da come si presentava); in una parola, recitava una parte sapendo e mostrando di recitarla. Ecco il punto dove l’ironia per il recitare si intreccia con l’autoironia, dove il disegnatore mette in gioco se stesso, con estremo pudore; tranne quando è spudorato. Di questa garbatissima e sottilissima spudoratezza, di cui parlerò per prima, è segno un graziosissimo schizzo su Rosario e Antonio, due ballerini di flamenco che avevano fatto una tournée in Italia negli anni cinquanta. In quello schizzo Rosario, la ballerina, è ritratta nel pieno del suo splendore, mentre Antonio, giovane bruno e dal viso regolare, ha le fattezze di Chicco. Si tratta ovviamente di un caso limite, dove l’identificazione è palese. Ma gli schizzi forse più belli sono invece quelli in cui il gioco sottilmente autobiografico è celato. Ecco quindi che non certo a caso il personaggio più splendidamente risolto nei tratti di Chicco è Memo Benassi: e chi più abile mentitore nel senso in cui un attore mente – di lui? chi più esasperatamente dandy in un mondo (è morto nel ’57) che si avviava velocissimamente alla volgarità della massificazione? Chicco sente in Benassi quello che molti critici teatrali del momento non hanno saputo cogliere, tesi com’erano a creare un monumento al regista: lo spasimo della poesia del mentire, la fortissima tensione utopica per un mondo in cui ci sia di nuovo spazio per la bellezza e per l’arte.
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Maria Luisa Moncassoli Tibone (2010)

Bruciante e brillante, la matita di Riccardo Chicco tracciava sulla carta pochi sintetici segni: ne emergeva un ritratto immediato, indimenticabile. Nella prima fila di poltrone dei teatri di Torino – o nelle barcacce – dove tracciava le caricature dei personaggi di spicco per il quotidiano del giorno dopo, mi ospitò tante volte. Ero una giovane liceale entusiasta, poi una universitaria alla scoperta dell’arte. Il dialogo con Chicco si faceva serrato e si consolidava la comune passione per la letteratura artistica. Egli riuscì a scovare nella sua biblioteca e me lo prestò, il Trattato dell’arte del Lomazzo, opera introvabile che era oggetto della mia tesi di laurea con la Brizio. Non ebbi la fortuna di essere sua allieva ma lo conobbi come accompagnatore in un viaggio scolastico a Roma e Napoli. Era ben risaputo che le sue lezioni nei licei torinesi erano famose per la passione che sapevano suscitare. Nei nostri incontri si profilava anche una comune voglia di vedere il mondo e, per lui, di ritrarre con la famosa vibrante matita e con la rutilante fermezza del colore aspetti nuovi, realtà e motivi di valore internazionale. Chicco pittore mi presentava ogni volta luci e ombre in quel percorso in chiave mitteleuropea di cui si sentiva erede. Ed erano scoperte prime, che gli devo e che costellavano la nostra lunga affettuosa amicizia. I tratti caricaturali di Beckmann, i segni forti del cromatismo di Ensor, la drammatica ironia di Grosz, il colore rutilante di Van Dongen, il frangersi della linea in Kokoska, gli stupori di Munch, il garbo di Renoir e di Bonnard e ancora i rigori di Viani, Maccari, Bozzetti… Aprivo gli occhi e vedevo il mondo; imparavo a riconoscere i fasti dell’espressionismo, le scoperte arricchite dei fauves. Un giorno mi portò una veduta notturna, tutta giocata sul blu intenso e sul verde cupo del porto di Amsterdam. Era la memoria di un momento di viaggio importante Sulla parete ora s’accosta ad un suo autoritratto, velocemente tracciato a carboncino… Così Chicco rivive e il suo segno, denso di garbo e di ironia, vibra accanto a noi.

Cinzia Tesio (2010)

Il Novecento si apre con grandi problematiche artistiche che investono tecniche e tematiche radicate nell’universo della produzione figurativa, innescando un vortice di innovazioni concettuali che spalanca le porte al contemporaneo. L’arte europea, da occidente a oriente, viene caratterizzata dal fulmineo sorgere e dal tramontare di un gran numero di movimenti avanguardisti i quali, con il loro alternarsi nel tempo, danno origine alla nou-veau art di questo secolo. Non sarebbe tuttavia corretto ritenere che ogni artista del Novecento nasca all’interno di una di queste correnti o che segua i suoi dettami in toto; furono infatti molti coloro che ne capirono e studiarono la portata innovativa nonché il messaggio rivoluzionario, pur mantenendo autonoma la propria poetica stilistica.
Riccardo Chicco (1910-1973) fa parte di quel più ristretto gruppo di indipendenti, curioso osservatore delle novità e capace di una sintesi originale tra le proposte avanguardiste e la propria concezione stilistica: in tutto il suo percorso artistico non conce- de alle metamorfosi dell’arte di invadere la propria produzione, ma si interessa della loro evoluzione e involuzione cogliendo solo ciò che ritiene compatibile con il suo stile ed i suoi soggetti; proprietà di cifra la cui coerenza non viene mai meno.
Concetto pienamente rilevato dalla rassegna cheraschese la quale presenta una selezione di circa settanta opere che bene testimoniano la sua importante vicenda artistica, corredata da un successo ed un apprezzamento di pubblico enormi, destinata a non tramontare nonostante il trascorrere del tempo. Partendo dalle opere del primo periodo fortemente legate ad uno stile figurativo classico, la rassegna si snoda in un percorso che valorizza l’intera produzione del maestro. già dalle prime sperimentazioni, Chicco, aggiunge alle sue opere una notevole immediatezza e freschezza espressiva, a cui si accompagna ben presto anche una particolare evanescenza di dettagli rappresentativi – quelli ai quali la pittura italiana dello stesso periodo era rigidamente abituata dall’insegnamento casoratiano o, ancora, dal pesante determinismo visivo di marca sironiana – conferendo all’immagine una caratteristica inde- finitezza che risulta vicina, almeno in parte, con l’espressionismo, movimento a lui tanto caro. Sarà però la deformazione caricaturale il primo stadio di un segno che, nel maestro, cerca la sua immediata significazione in un processo di superamento del dato veristico, che in seguito raggiunge i domini della più alta e libera fantasia. Artista più volte definito “bizzarro” Riccardo Chicco rappresenta “l’estro nell’arte”. l’estro è il fuoco continuamente attizzato sotto il crogiolo nel quale tutti gli eventi, dalla sensualità al dispetto, al sarcasmo, alla gioia di un canto liberamente aperto sul disegno e sul colo- re, si fondono, vaporando occasioni di immagini, che attraverso l’esecuzione saettante conservano una disponibilità alla vita, in quel prolungarsi nel tempo e nello spazio del gesto inebriato che obbedisce soltanto alle proprie leggi, che si sviluppa coerente con le sue qualità intrinseche, sino agli effetti più stravaganti ed azzardati. l’estro di Chicco è qualcosa di più che una qualità dell’intelletto e una inclinazione dello spirito.
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Nella sua opera scorrono l’ironico e il grottesco, l’umori- smo e la malinconia con incidenze spesso imprevedibili ed ina- spettate. in sostanza i suoi lavori sono la storia di un entusiasmo mai placatosi e risultano particolarmente ricche ed in grado di offrire, anche in questa occasione, un percorso rappresentativo dell’itinerario dell’artista.
Tutto questo emerge nella mostra cheraschese che propone la totalità dell’opera di Riccardo Chicco, che a volte si presenta, almeno in apparenza, contraddittoria se si considera il periodo in cui è stata realizzata, sprezzante delle regole e delle maniere, eppure così unita, stretta al filone centrale delle sue genuine necessità d’espressione e di stile. Sui grandi spazi colorati, della serie dei fiori, dei paesaggi, dei nudi, delle vedute di torino, dei personaggi ironici emerge con il suo gesto pittorico fluente, talvolta aggrovigliato e tuttavia nitido, pulito, intense.
Questo a ricordo di una personalità più volte definita “bizzarra” e del suo voler essere tenacemente niente altro che se stesso. le sue sono infatti figure che con la loro vocazione con- tinuamente ripresa e quasi accelerata, accrescono il nostro sapere in merito alle forme e ai fenome- ni della natura, delle strutture scoperte, dei colori reali e dei colori immaginari e in qualche modo ampliano il concetto di libertà rispetto alla limitazione del mondo sensibile.